bio
musica
immagini
ambientazione sonora
eventi
news
rassegna stampa
link
contatti


Privacy Policy
 
  venerdì 05/10/2007
musicalnews.com

Scintille e messaggi: le canzoni e i progetti sperimentali di Francesco Mantero

di Ambrosia J.S. Imbornone

Il cantautore, già cantante degli U B Maior, fonde nel suo“In ascolto” jazz, fusion, cantautorato e funk. Attento al potere evocativo della musica in funzione espressiva, ci parla dei suoi progetti sperimentali passati e futuri,da Volta al teatro.
Francesco Mantero “nasce” batterista, spaziando tra pop-rock, jazz, funk e musica afroamericana, ma, senza neanche progettarlo razionalmente, si ritrova a combinare parole per dare espressione agli stati d’animo e a diventare autore. La sua prima incisione è in realtà un album di pezzi per pianoforte eseguiti dal maestro Raimondo Campisi (“Sortepiano”, 1997), ma compie il grande passo anche verso il canto, diventando autore e cantante degli U B Maior, che si fanno notare anche da Claudio Baglioni, che li porterà prima a “Spazio Live” con altri giovani proposte e poi con sé allo Stadio Olimpico il 7 giugno 1998. Nel 2001 Francesco inizia invece un percorso da solista e cantautore, che lo porta per istinto e con naturalezza ad illustrare paesaggi emozionali, a seconda dei casi e delle atmosfere dei testi, attraverso le cadenze sospese del jazz, i ritmi franti, eleganti e suadenti del funk, sonorità vintage molto seventies all’insegna degli Hammond, sprazzi di soul americano e di fusion, tempi dispari in bell’evidenza in ballate cantautorali ricche di sfumature, inquietudine e malinconia. Dal 28 settembre possiamo apprezzare i risultati del suo cammino compositivo nel suo primo album da cantautore, intitolato “In ascolto” (Ottonote, distruzione Venus). Arricchiscono il disco tra l’altro la batteria di Alfredo Golino (Mina, Fiorella Mannoia, Eros Ramazzotti, ecc.), la tromba di Fabrizio Bosso (George Russel, Mike Gibbs, Kenny Wheeler, Dave Liebman, Carla Bley, Steve Coleman, Sergio Cammariere, ecc.), ”, l’Hammond di Damiano Della Torre (PFM, Miriam Makeba, Terence Trent D’Arby, Marina Rei, ecc.), l’armonica di Bruno de Filippi (Louis Armstrong, Bud Shank, Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Pino Daniele,ecc) e la chitarra di Gigi Cifarelli Chick Corea, Sam Rivers, Jack De Johnette, Tony Scott, Enrico Rava,ecc.). Molti e preziosi sono i contributi di ospiti e collaboratori, che completano il gruppo stabile dell’artista, composto da Lele Palimento (basso), Simone Bollini (pianoforte e tastiere) e Marco Greco (chitarre). La raffinatezza con cui Mantero oltrepassa i limiti di genere contaminando jazz e cantautorato pop ricorda a tratti con chiarezza Sting, ma il fine utilizzo del potere di evocazione dei momenti strumentali (si veda per esempio la struggente melodica e l’assolo di piano di “Un amore finisce”) mostra un’attenzione sapiente alla musica in funzione espressiva e tutt’altro che decorativa. Mantero d’altronde, che in questo disco si è occupato di voci, batteria, percussioni, melodica, programmino, orchestrazione, produzione artistica ed esecutiva, nonché degli arrangiamenti, costruiti e cesellati con l’apporto creativo dei suoi musicisti, ha sperimentato in tanti progetti alquanto singolari la potenza del linguaggio musicale, nella sua varietà di applicazione, dal cinema (una sua canzone era nella colonna sonora de “La spettatrice” di Paolo Franchi, che partecipò al Tribeca Film Festival di De Niro) al teatro e alle mostre d’arte, e di elaborazione: se il 14 settembre 2000 ha realizzato il primo concerto della storia del rock completamente silenzioso, il cantautore ha anche messo in scena performance particolari che utilizzavano come strumenti musicali sculture in metallo di Enzo Santambrogio o campionamenti di suoni derivanti da apparecchi che generano tensione elettrica (è il caso della Suite “Elettrofonia” per il 260° anniversario della nascita di Alessandro Volta). Ecco cosa Francesco ci ha raccontato dei suoi progetti sperimentali, compreso l’ultimo ancora in nuce che riguarda una probabile riproposizione teatrale-musicale dei brani del suo disco, e ovviamente delle canzoni appena pubblicate nel suo cd “In ascolto”.


Ambrosia: Hai iniziato il tuo percorso nella musica come batterista; molti musicisti non compiono il grande salto verso il cantautorato:come si comprende che la propria dimensione artistica deve essere completata dalla composizione e dal canto? Come matura l’esigenza di esprimersi attraverso la forma canzone?

Francesco Mantero: Non credo di essere in grado di rispondere alla domanda: come? Nel mio caso tutto è fluito naturalmente, ho sempre amato utilizzare le parole e così sono nati i testi, mi ha incuriosito conoscere le strutture e l’armonia dei brani che suonavo con la batteria, così, altrettanto naturalmente, ho cominciato a studiare composizione per scriverne di miei. Così è avvenuto anche con il canto. Il che, intendiamoci, non significa che non ci siano stati periodi difficili. Non credo che in tutto ciò ci sia stata una vera e propria scelta razionale, ma un inconsapevole non oppormi a che la cosa avvenisse.

A: “Forse la musica / forse lei può dirti ti amo per me” – canti in “La musica può dirti ti amo per me”: in brani come “Un amore finisce” la malinconia di una condizione sospesa e incolore, di buio e silenzio, è espressa, più che dalle parole, dalla melodica e dall’assolo finale di pianoforte di Bollini. Quanto credi che la musica possa comunicare come linguaggio universale e non verbale?

FM: Moltissimo, per questo amo la musica strumentale sia jazz che sinfonica, anche se ritengo che a volte anche la musica, che non ha il limite della comprensione della lingua o i pericoli che la verbalizzazione dell’esperienza porta con sé, diventi inadeguata ad esprimere la realtà. Probabilmente il vero territorio della conoscenza è il silenzio.

A: Nel tuo disco fioriscono hammond e moog anni ’70: quali sono i modelli e gli ascolti che ti spingono ad amare e riproporre queste sonorità vintage? “Osserva” ha un appeal vagamente in stile Motown, mentre l’allucinata, lirica, trascinante “Chiaroscuro verde fata” è in odore di prog.

FM: Sono cresciuto musicalmente con le sonorità del Jazz, della fusion, della musica nera, sono rimasto affascinato dall’uso illuminato delle tastiere di Stevie Wonder, dei groove delle produzioni di Quincy Jones. Anche il prog-rock di “Chiaroscuro verde fata” è stato una scelta dettata dall’atmosfera delle parole, ho voluto mantenere con la musica quell’atmosfera fumosa e sfumata che caratterizza i versi del testo. Questo per dire che tendo a non formalizzarmi molto sul genere o sulle sonorità della musica che scrivo, ma di prestare la massima attenzione a che i colori delle parole e quello dei suoni siano il più equilibrati possibile. Se ciò mi porta verso il jazz, verso il rock anni ’70 o verso la fusion è per me del tutto indifferente.

A: Alcune canzoni hanno invece sonorità più apertamente cantautorali, come la drammatica e raffinata “Lo scoglio”, con un riff di piano molto suggestivo, una fisarmonica in bella mostra e un arrangiamento di archi. Cosa ci dici di questo pezzo e quali sono invece i tuoi cantautori preferiti?

FM: Questo brano è quasi un racconto breve, una storia di ordinaria solitudine che ho cercato di riprodurre anche negli arrangiamenti. Nella parte centrale, per esempio, nel momento del volo del protagonista ho scritto una parte di archi quasi cinematografica, una piccola colonna sonora per enfatizzare l’immagine filmica della scena. Fra i cantautori italiani ho sempre ammirato i testi di Dalla degli anni ’70 e la lungimiranza musicale di Battisti, se mi permetti di citarlo pur non essendo un cantautore. I miei riferimenti musicali sono comunque per gran parte inglesi e americani.

A: Molto eleganti sono anche le sonorità jazzate de “La notte”, con l’armonica di Bruno De Filippi, le spazzole e il contrabbasso di Lele Palimento. Come spieghi l’influenza persistente del jazz nel cantautorato e nel pop d’autore, da Gino Paoli a Cammariere?

FM: Il jazz, con le sue armonie alterate, con quel senso mai concluso delle cadenze che, grazie a settime, none, diminuite ecc., sembrano restare sospese per sempre, sono la tavolozza colori ideale per dipingere scenari emotivi.

A: “Sparisciti” è un brano abbastanza duro nei confronti di chi si arroga l’egocentrico diritto di giudicare, magari perseguendo e applicando un vago concetto di indefinibile normalità: cosa ti ha ispirato questa canzone?

FM: Il senso di distrazione generalizzata che colgo nell’atteggiamento delle persone e quindi della società che ha paura di guardare le cose per quello che sono e che cerca di anestetizzare la percezione con lo stordimento di false piacevolezze, con la ricerca dell’autocompiacimento materiale o pseudospirituale che sia, creando così falsi appagamenti egoici che, autoalimentandosi in un circolo vizioso, diventano condizionamenti che si trasformano in morale, in religioni o in altre false sicurezze. Il tono duro del brano è nato nel tentativo di dare, e di darmi, una sveglia.

A: Hai alle spalle una serie di progetti a dir poco particolari, che dimostrano la tua profonda conoscenza dell’universo musicale e la tua passione per la sperimentazione. Raccontaci alcune delle tue esperienze più singolari: partiamo dalla suite “Elettrofonia”, per il 260° anniversario di Alessandro Volta, con campionamenti di suoni provenienti da apparecchiature che generano tensioni elettriche.

FM: Nel dicembre del 2005 ho realizzato una performance di suoni e luci in onore di uno degli uomini più importanti della storia, Alessandro Volta. Per rendergli omaggio ho scritto una suite in quattro movimenti di 32 minuti utilizzando, invece che strumenti musicali, suoni elettrici: scosse, suoni di statica, saldatori, scintille. Molti suoni li ho campionati direttamente dalla fonte grazie alla collaborazione dello scultore Enzo Santambrogio, che mi ha messo a disposizione i suoi strumenti di lavoro. Ero solo in un palco quadrato con due tastiere, un computer e la mia batteria. Sono riuscito ad ottenere dalla Città di Como di spegnere le luci pubbliche e nel buio più totale grazie ad una serie di fari speciali, quelli con cui hanno realizzato la rievocazione delle Twin Towers a New York, abbiamo realizzato delle sculture di luce in movimento fino a realizzare una pila di luce che si innalzava per quasi 5 chilometri nel cielo.

A: Nel 2000 hai realizzato il concerto “Il rumore del silenzio”: come nacque l’idea di un live muto e che accoglienza ebbe?

FM: Insieme al critico letterario Gian Paolo Serino abbiamo ideato questa singolare performance in contestazione a chi considerava e considera, la musica rumore. Io e il mio gruppo ci siamo rinchiusi in cinque gabbie insonorizzate di vetro, il pubblico era munito di cuffie ad infrarossi, quello era l’unico modo per ascoltare il concerto, il resto della piazza assisteva a questo agghiacciante spettacolo di un gruppo che suona e delle persone che ascoltano ognuno nella propria solitudine, non percependo altro che il silenzio della piazza. Una soluzione che risolve senz’altro il problema dei decibel ma che distrugge la natura principale della musica che è quella di coinvolgere chiunque si trovi nel suo raggio d’azione.

A: Che ci dici invece del tuo rapporto con la scultura e con l’arte?

FM: Seguo molto volentieri l’arte visiva in generale, ho molti amici artisti e partecipo spesso a mostre ed esposizioni, ho lavorato nell’arte anche in prima persona realizzando l’ambientazione sonora delle sale del Museo di Palazzo Mocenigo a Venezia duurante la mostra Miniartextil Venezia del giugno 2007

A: Com’è stato invece riarrangiare i tuoi brani per arpa e voce con Floraleda Sacchi?

FM: E’ stata un esperienza interessante una situazione veramente minimale con uno strumento molto poco usato in questo tipo di ambito. Una situazione direi nuda, in cui tutte le sfumature erano in grande evidenza.

A: Cosa ti ha spinto ad intraprendere e come sei riuscito a realizzare questi progetti così originali?ne stai coltivando altri?

FM: Non è facile dire cosa mi abbia spinto verso queste sperimentazioni, l’unica immagine per spiegare la nascita di questi eventi è quella di una scintilla nella testa che diventa realtà. Attualmente sto lavorando, insieme alla regista teatrale Ester Montalto, ad uno spettacolo che sta a cavallo fra un concerto e una rappresentazione teatrale, con il quale mi piacerebbe portare in giro il mio album. Per il momento questa è ancora poco più che una scintilla che mi auguro diventerà presto realtà.

torna all'archivio