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  lunedì 29/10/2007
whipart.it

INTERVISTA A FRANCESCO MANTERO

Francesco Mantero 

Annalisa Esposito - 29.10.2007

"A cinque anni rimane folgorato da un gruppo in sala prove, si siede sullo sgabello del batterista, prende le bacchette e non le lascia più". È così che comincia l'avventura musicale di Francesco Mantero, sebbene abbia trovato la sua dimensione di autore e cantautore oltre che di musicista soprattutto nel gruppo degli U B Maior, fondato insieme al tastierista Giovanni Bataloni e al bassista Riccardo Silva.
Ma dopo una lunga carriera costellata di collaborazioni e importanti episodi (nel 2004 il regista Paolo Franchi inserisce il brano "Ostinato Ritorno" nella colonna sonora del film "La spettatrice", vincitore de La Rosa Camuna d'Argento al Bergamo Film Meeting e partecipa come unico film italiano al Tribeca Film Festival di Robert De Niro a New York), giunge il momento della pubblicazione di In Ascolto, primo album da solista di Francesco Mantero, uscito il 28 settembre 2007 grazie a Ottonote Edizioni Musicali e Venus.
Un album dalle sonorità prettamente acustiche che raccontano un po' del musicista, un po' dell'autore, frutto di un lungo lavoro iniziato probabilmente proprio in quei primi anni in cui Mantero si avvicina e prende coscienza di quella parte musicale che è dentro di lui e che deve essere plasmata per venire fuori attraverso strutture armoniche e una voce carica di passione. Il connubio di sensazioni personali e atmosfere musicali rende In ascolto travolgente ed entusiasmante, lasciando però un grande spazio all'espressione (da qui si rivela l'approccio jazzistico), proprio come si intuisce dall'intervista rilasciata dall'artista per Whipart.

INTERVISTA A FRANCESCO MANTERO

D: Il 28 settembre è uscito il tuo primo album "In ascolto". Cos'è che oggigiorno fa rimanere te ‘in ascolto'?

R: Essere in ascolto è la condizione necessaria per osservare le dinamiche della mente, i meccanismi del pensiero, le reazioni, i movimenti interiori ed esteriori, che sono poi la stessa cosa, per cogliere quel momento in cui ci si identifica con essi, con tutto ciò che crediamo di essere, impedendoci di fluire per quello che siamo in realtà. Essere in ascolto vuol dire non abbassare la guardia, non girare la testa altrove, cercando distrazioni o false sicurezze a cui, per paura, tendiamo ad attaccarci.

D: Hai avuto la fortuna di avvalerti di numerosi e competenti collaboratori, ma qual è il nome che ancora è nascosto nel cassetto dei tuoi sogni?

R: Collaborare con artisti del calibro Alfredo Golino, Gigi Cifarelli, Fabrizio Bosso, Bruno de Filippi, Silvio Pozzoli, solo per citarne alcuni, è stata un'esperienza professionale e umana interessantissima e preziosa. Interagire con altre persone è una mia attitudine e non solo nella musica. Sono apertissimo a nuove collaborazioni qualora mi capitasse di nuovo. Al momento non so indicarti nessun nome in particolare che è nascosto nel cassetto.

D: «Il brano, scritto nel 2002, fa parte del periodo in cui le emozioni giocano ancora un ruolo profondo nella percezione della realtà da parte dell'artista", così viene descritta la canzone "Un amore finisce». A cinque anni di distanza, cos'è cambiato?

R: E' cambiata la realtà che è in continuo movimento e questo avviene in ogni presente, direi che oggi sono più attento ad osservarla per quello che è. Cerco di fluirci senza dargli un nome, senza cercare di addolcirla o di renderla falsamente comprensibile dandogli un perché. La realtà è senza nomi se non ci mettiamo di mezzo cercando di spiegarla. A differenza di allora oggi vedo un amore che finisce, la gioia di uno che inizia, i rapporti con le persone, come specchi per osservare i miei condizionamenti e, se ciò accade, per trascenderli.

D: Se dovessi sezionare quest'album in categorie probabilmente metterei come tag "società, io, sentimento", visti gli argomenti trattati nei tuoi testi . Ti identificano?

R: E' una domanda interessantissima, ti ringrazio. Non vedo nessuna differenza fra io e società. La società è creata dagli stessi condizionamenti che connotano l'io che la osserva. La cultura in cui cresci, la lingua, le cosiddette religioni, diventano il filtro stesso attraverso cui la percepisci, la vivi la vedi, la giudichi, e, di conseguenza, la crei. Non credo in nessuna rivoluzione sociale, se non in quella che può nascere dall'osservazione delle dinamiche che diventano l'io con il quale ci identifichiamo, solo liberandoci dai nostri condizionamenti possiamo sperare di dar vita ad una società libera. I sentimenti, così come le emozioni sono reazioni interiori in rapporto con la realtà, con le persone, bisogna tenere alta l'attenzione per osservare come e perché si creano, in modo da cogliere quei meccanismi di identificazione con il pensiero che tengono in vita una falsa realtà che non è altro che una proiezione condizionata.

D: La realizzazione di un album da solista è sicuramente un traguardo, anche se grazie a te esiste la Ottonote Edizioni Musicali, a cui va il merito di aver inventato e realizzato il "Il rumore del silenzio" il primo concerto della storia del rock completamente silenzioso. Da dove nasce l'idea di un tale progetto?

R: E' nato in collaborazione con il critico letterario Gian Paolo Serino, volevamo dar vita ad un evento paradossale per stigmatizzare chi considera la musica rumore. Io e i miei musicisti ci siamo rinchiusi in cinque gabbie insonorizzate di vetro, il pubblico munito di cuffie era l'unico a poter ascoltare il concerto, il resto della piazza vedeva questo surreale spettacolo di un gruppo che suona e di un pubblico che ascolta, avvolto nel più totale silenzio. Una soluzione efficace dal punto di vista dei decibel, ma assolutamente non consigliabile, perché impedisce quella che è la funzione principale della musica: coinvolgere.

D: "In ascolto" ti ha dato probabilmente la possibilità di farti conoscere maggiormente dal pubblico. Ma c'è qualcosa di te che le note non rivelano?

R: Né le note né le parole possono rivelare ciò che siamo realmente. Le parole sono la verbalizzazione dei pensieri, i pensieri sono ciò che conosciamo, ma ciò che conosciamo e per sua natura vecchio, morto, è il passato. Le parole sono uno strumento meraviglioso di comunicazione che amo profondamente, ci permettono di interagire con le altre persone, ma altrettanto ne riconosco i limiti. Le parole possono descrivere soltanto ciò che non è presente, rispondendo alla tua domanda, non possono rivelare ciò che sono in questo preciso istante (che è l'unico che esiste realmente).

D: Il brano n.8 "La musica può dirti ti amo per me", ha un testo molto profondo, ma al contempo ‘realistico', poiché spesso le canzoni sostituiscono quello che non viene fuori a parole. In questo caso si parla di amore e certi versi quasi rivelano un cinismo di fondo verso questo sentimento...

R: Il cinismo è rivolto a quelle dinamiche di piacere, passione, bisogno, appagamento, possesso, dipendenza, aspettativa, attaccamento a cui, erroneamente, diamo il nome di amore. L'amore non è un sentimento. Sentimento significa sensi, i sensi fanno parte della mente, che non è solamente cervello, ma cuore, corpo, materia. L'amore può accadere soltanto se la mente non si oppone a che fluisca, a che sia. Finché c'è qualcuno che ama non c'è amore.

D: Le influenze percepibili sono di tipo jazzistico in primis, ma non mancano le matrici sonore appartenenti alla musica leggera italiana. A tal proposito, nel 1998, assieme al resto del gruppo degli U B Maior, Claudio Baglioni, dopo aver ricevuto un vostro demo, vi chiama sul palco dello Stadio Olimpico in occasione del suo megaconcerto. Che momento è stato?

R: Trovarsi in mezzo ad uno spazio così smisurato è stata una splendida emozione difficilmente descrivibile e noi eravamo soltanto degli ospiti, immagino l'emozione che deve aver provato Claudio Baglioni quando ottantamila persone hanno contato dall'inizio alla fine tutte le sue canzoni, come se fossero una voce unica . E' stato davvero un momento splendido e lo ringrazio molto per questa opportunità che mi ha regalato.

D: Rovistando ancora nel cassetto dei tuoi ricordi. Chi erano gli "eroi musicali" di Francesco Mantero?

R: Nella musica italiana ho sempre apprezzato la lungimiranza musicale di Battisti, i testi di Lucio Dalla, l'apertura musicale del primo Pino Daniele, però i miei riferimenti sono per lo più inglesi e americani, Sting prima con i Police poi da solo, Donald Fagen e gli Steely Dan, Quincy Jones e soprattutto il Jazz su tutti Miles Davis con uno degli album che preferisco in assoluto: Kind of blue.

D: Un colore, una nota, una melodia. Attraverso quali di questi tre elementi meglio riesci a descrivere la tua vita attuale? E a immaginare il tuo futuro?

R: So che potrà suonare strano detto da un musicista, ma direi il silenzio.


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