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  mercoled√¨ 10/10/2007
smemoranda.it

Francesco Mantero, silenzi in musica

E' uscito da qualche giorno "In Ascolto", il primo album solista di Francesco Mantero. Che si è prestato volentieri a raccontarcelo in prima persona rispondendo alle nostre domande...

di Antonio Incorvaia

«Canzone italiana», nell'immaginario popolare degli appasionati (e dei semplici ascoltatori) di musica, significa generalmente una ed una cosa sola: testi caramellati e melodia sanremese. Eros Ramazzotti, per esempio. Gigi d'Alessio, Michele Zarrillo, Giorgia, Laura Pausini. Tanto che già chi suona spaghetti/rock sembra allontanarsi non poco da questo stereotipo di Made in Italy. Figurarsi, dunque, chi suona funk/jazz come Francesco Mantero, al suo debutto da solista con un album, In Ascolto, fresco di stampa - è uscito lo scorso 28 settembre - e 'pioniere' di una ricerca sonora avvolta in atmosfere e suggestioni apparentemente antitetiche a quelle proposte ogni giorno dal mainstream radiofonico e televisivo (già nel 2000, per esempio, aveva ideato e realizzato Il Rumore Del Silenzio, unico concerto rock della storia completamente silenzioso).
Non a caso, i nomi dei musicisti che hanno collaborato con lui alla registrazione dell'album - Alfredo Golino, Fabrizio Bosso, Damiano Della Torre e Gigi Cifarelli tra gli altri - appartengono proprio a questo genere di percorso e di formazione, ben riconoscibile in brani come Osserva, La Notte e La Musica Può Dirti Ti Amo Per Me. In Ascolto è un lavoro sofisticato e ricco di sfumature, ma non necessariamente destinato soltanto ad un pubblico di iniziati del genere: Vivo e Sparisciti, per citarne un paio, evocano sin dal primo ascolto influenze pop di più ampio respiro.
Così, per riuscire a cogliere tutti i caratteri salienti dell'album, abbiamo chiesto a Francesco di raccontarcelo in prima persona: ecco cosa ci ha risposto...

Per prima cosa, per presentarti a chi magari ancora non ti conosce, descrivi la tua musica senza utilizzare etichette o appellativi di genere bensì unicamente aggettivi e locuzioni afferenti alla sfera emotiva...

I testi sono nati dalla attenta osservazione di quelle dinamiche interiori ed esteriori (che è poi la stessa cosa), di quella somma di reazioni e di meccanismi a cui diamo il nome di emozioni, di quei movimenti dell'Io che divenenendo ciò che pensiamo di essere, ci impediscono di fluire per ciò che siamo realmente. In ognuno dei dodici brani ho cercato di mantenere i colori della musica il più vicino possibile a quelli delle parole. Per fare questo ho utilizzato sonorità e stilemi che provengono da mondi musicali anche molto diversi fra loro, senza preoccuparmi granché, mentre lo scrivevo, di dove tutto questo flusso mi stesse portando...

Alcuni titoli delle tue canzoni sono abbastanza collaudati e 'tradizionali' (Vivo, La Notte, Un Amore Finisce), altri più ricercati e anticonvenzionali (Sparisciti, Chiaroscuro Verde Fata, La Musica Può Dirti Ti Amo Per Me): che ruolo riveste per te il titolo di una canzone? è un biglietto da visita, un aperitivo, un corollario o qualcos'altro? e lo scegli prima o dopo aver composto un pezzo?

Un titolo dovrebbe racchiudere in una o due parole il concetto generale della canzone, dovrebbe essere sufficiente ad introdurti nel mondo del brano, prima ancora che questo sia iniziato. Di solito lo scelgo dopo la stesura integrale del testo...

Mentre nell'immaginario popolare nostrano «Musica italiana» significa, generalmente, sempre e soltanto un impasto di «Cuore/amore» e melodia strappamutanda, all'estero è stata soprattutto la dance a segnare un vero e proprio stile Made in Italy tra gli Anni '80 e '90, ed oggi sono artisti come Giovanni Allevi e Mario Biondi a costituire la ventata di aria fresca del nostro repertorio. Pensi che l'essere più vicino alle sfumature artistiche di questi due autori che agli impasti di «Cuore/amore» e melodie sanremesi possa essere, quindi, un vantaggio o un limite sul mercato italiano? E proprio in virtù di quanto sopra, è prevista un'uscita del tuo album anche sul mercato internazionale?

Penso che ogni artista, in qualsiasi disciplina operi, dovrebbe soltanto preoccuparsi di essere onesto con se stesso quando realizza la propria arte. Se il mondo di un cantante fosse genuinamente quello della “melodia strappamutanda”, non vedo niente di male in se a che lo possa esprimere liberamente. Se ti riferisci a quelle situazioni in cui tutto ciò è frutto di una pianificazione a tavolino per raggiungere un obietivo, posso risponderti semplicemente che questo tipo di dinamiche non mi appartiene.
Per quanto mi riguarda ho lasciato fluire la musica che sentivo di scrivere, senza oppormi a che ciò avvennisse, senza pensare se fosse uno stilema italiano o straniero, se assomigliasse a quella di qualcuno o se le mie scelte potessero in qualche modo limitare o aumentare la vendibilità del prodotto. Riguardo all’estero, se In Ascolto varcasse i confini nazionali non potrebbe che darmi gioia: staremo a vedere...

Negli ultimi anni, molti giovani esordienti hanno trovato su Internet la piattaforma ideale per uscire alla ribalta e farsi conoscere in tutto il mondo e, paradossalmente, quegli stessi discografici che fino a ieri demonizzavano la rete senza riserve adesso la scandagliano da cima a fondo per 'reclutare' nuovi personaggi da lanciare tra quelli che sono già, in qualche modo, un "successo". Non esiste più, quindi, il "talent scout" ma, più semplicemente, il "talent surfer". Come giudichi questa situazione? La vedi diversamente?

Come in tutte le cose ci sono pro e contro, la rete offre spazi gratuiti di visibilità che non sono mai esistiti prima, la reperibilità dei contenuti è semplicissima, trovare notizie, ascoltare la musica di un artista è diventato un gesto immediato. Questa cosa è indubbiamente una grande potenzialità che, se ben utilizzata, diventa una risorsa potentissima di promozione. Il rovescio è che quando qualcosa è facilmente reperibile, perde totalmente il suo valore, mi sembra di notare che oggi il valore dato alla musica, visto che si trova a costo zero, sia zero. E questo non è sano. Perché non riconosce il valore aggiunto e la professionalità di chi la crea, del faticoso e lungo lavoro che sta dietro alla realizzazione di un album, ai costi necessari alla realizzazione del prodotto finito.

Una tua etichetta all'insegna della musica di qualità, un concerto rock silenzioso, una libertà artistica svincolata da logiche di classifica: ti senti una sorta di "mosca bianca" all'interno del panorama italiano? Quanto spazio c'è, secondo te, per portare avanti una sperimentazione artistica di questo genere? Inoltre: si può essere liberi di sperimentare se e solo se ci si autoproduce?

Il panorama italiano è una mosca e neanche troppo bianca, il fatturato di tutto il mercato dicografico italiano è pari ad un quarto di una sola casa di moda come per esempio la Giorgio Armani. E' una guerra fra poveri dove i dirigenti si arrabattano ideando strategie e operando scelte che, nella più luminosa delle ipotesi, si trasformano in due o trecento mila copie vendute. Questo, con tutto il rispetto, solamente per dire che lo spazio commerciale in un mercato così piccolo, in cui i risultati economici sono molto contenuti, è comunque ristretto e che, a maggior ragione, varrebbe la pena di concentarsi di più sul contenuto artistico che sui presunti ritorni economici. Se fare questo significa essere indipendente, meglio così...

La musica (così come il cinema) vanta una lunga tradizione di personaggi che hanno iniziato la loro carriera come artisti indipendenti e hanno poi sposato i meccanismi commerciali e speculativi più macroscopici. E' così difficile rimanere coerenti - "fedeli alla linea" - o la coerenza, in questo settore, viene vissuta più come chiusura, ottusità e rifiuto di 'evolversi'?

La realta è in continua espansione ed è sempre in movimento. Gli ideali invece sono fermi, morti. Coerenza è una parola pericolosa, se significa restare fedele ad un ideale vuol dire essere morti. Se invece coerenza è non abbassare mai la guardia, in modo da osservare i meccanismi della mente, se è vedere i movimenti del pensiero, riuscire a cogliere quel momento in cui nasce l’identificazione con esso, se coerenza significa quell’attitudine ad osservare la realta per quella che è, senza il filtro distorcente del passato, se significa fluire nella più totale incertezza, senza che la mente crei false sicurezze a cui aggrapparsi per paura, allora la coerenza diventa una grande risorsa.
In quel caso, però, non esiste più nessuna linea a cui restare fedele...


Francesco Mantero, IN ASCOLTO - Ottonote, 2007

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